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Afghanistan, i talebani continuano ad avanzare

Afghanistan, i talebani continuano ad avanzare

Kabul - Con la fuga del contingente americano, i Talebani continuano a dilagare in particolare ...

ABNA24 : nel nord dell’Afghanistan e in poche settimane hanno assunto il controllo di circa un quarto dei distretti del paese, che vanno ad aggiungersi al territorio che già detenevano in precedenza.

Uno degli elementi più rilevanti della campagna dei Talebani è rappresentato dal fatto che molte delle province finite di recente nelle loro mani, a maggioranza etnica uzbeka, tagika o hazara, erano per loro praticamente off-limits negli anni, tra il 1996 e il 2001, in cui governavano l’Afghanistan. Alcune di queste aree erano dominate ad esempio dalla cosiddetta “Alleanza del Nord”, storicamente ostile ai Talebani, che sono in gran parte di etnia Pashtun.

Questa situazione apparentemente insolita è dovuta a svariati fattori. Il primo è senza dubbio la frustrazione delle popolazioni di qualsiasi etnia nei confronti del governo sostenuto dagli Stati Uniti, che si traduce in un atteggiamento favorevole o, quanto meno, di passiva rassegnazione davanti al ritorno dei Talebani. È molto probabile infatti che questi ultimi, malgrado gli aspetti legati al fanatismo e alla brutalità dei metodi di controllo del territorio, riescano a offrire una prospettiva di stabilità e ordine dopo due decenni di violenze, povertà e corruzione dilagante.

Qualche commentatore ha fatto notare anche un altro aspetto interessante. La quasi totale assenza di resistenza e di scontri armati in alcuni distretti settentrionali, dove è risaputa la presenza di milizie teoricamente anti-talebane, ha sollevato cioè l’ipotesi di un qualche accordo segreto tra i leader di queste ultime e gli insorti.

La questione non è affatto trascurabile, dal momento che, se così fosse, le probabilità di assistere a una nuova sanguinosa guerra civile in Afghanistan una volta completato il ritiro delle forze di occupazione occidentali verrebbero ridimensionate. Gli elementi concreti a supporto di questa tesi sono ad ogni modo scarsi, ma non è sorprendente che i media americani l’abbiano finora ignorata. Al contrario, la stampa d’oltreoceano è dominata da notizie e analisi che prospettano un tracollo delle fragili strutture statali afgane, con un conseguente e pressoché inevitabile scontro fratricida.

Questa versione, peraltro non inverosimile, risponde a un obiettivo ben preciso di almeno una parte dell’apparato militare e della sicurezza nazionale USA, vale a dire il mantenimento di una forza militare residua in Afghanistan o l’individuazione di una base in un paese vicino, da cui continuare a condurre operazioni di “anti-terrorismo”. Che poi la minaccia terroristica sia un pretesto è ormai risaputo e il gioco è stato svelato recentemente anche dai giornali ufficiali, come Washington Post e Wall Street Journal. Su entrambi sono apparsi editoriali nei giorni scorso che hanno messo in guardia dalle conseguenze strategiche di un ritiro totale dall’Afghanistan e dai vantaggi che raccoglierebbero paesi come Cina, Russia e Iran.

Il futuro dell’Afghanistan non è comunque scontato, anche se la previsione degli stessi vertici militari americani, circa il possibile crollo del governo-fantoccio del presidente Ashraf Ghani dopo sei mesi dal ritiro delle forze di occupazione, appare probabile se non addirittura troppo ottimistica. Da valutare saranno in primo luogo i negoziati di pace di Doha tra i Talebani e il governo di Kabul, per il momento in pieno stallo.

A dominare è per ora evidentemente il fattore militare, ma i Talebani hanno appena fatto sapere che il prossimo mese presenteranno nella capitale del Qatar una loro proposta scritta per una soluzione diplomatica. Malgrado la visione interamente pessimistica dei media occidentali, non va trascurato il fatto che i Talebani potrebbero non voler ripetere l’esperienza degli anni Novanta al potere e che, quindi, intendano istituire un sistema relativamente aperto che garantisca maggiore stabilità e riduca l’esposizione alle pressioni esterne. A differenza di due decenni fa, poi, chiunque si installi al potere a Kabul avrà in teoria l’opportunità di agganciare il paese alle dinamiche regionali in pieno fermento, alimentate in primo luogo dai progetti della “Belt and Road Initiative” (“Nuova Via della Seta”) cinese.

La relativa scarsità di episodi di sangue che stanno segnando l’avanzata talebana, quanto meno in alcune parti del territorio afgano, è però tutta da verificare. Per il momento, i Talebani hanno per lo più occupato le aree rurali e periferiche dei distretti strappati al controllo governativo, mentre si sono in larga misura astenuti dall’entrare nelle rispettive capitali. Ciò potrebbe dipendere da una questione di strategia decisa ai vertici oppure dal vincolo imposto dall’accordo di pace siglato con l’amministrazione Trump nel febbraio del 2020, che prevedeva appunto la rinuncia a qualsiasi attacco contro le capitali delle province.

Un cambiamento di rotta in questo senso e, quindi, una futura campagna militare diretta contro le principali città afgane potrebbe perciò incontrare una maggiore resistenza e scatenare conflitti sanguinosi che getterebbero il paese ancora di più nel baratro, rimettendo forse in discussione anche i contorni del disimpegno americano.

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