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Hijab, l’abbigliamento delle donne musulmane: islamico o culturale? (1a parte)

Hijab, l’abbigliamento delle donne musulmane: islamico o culturale? (1a parte)

Introduzione بسم الله الرحمن الرحيم الحمد لله رب العالمين و الصلاة و السلام على محمد و آله الطاهرين Col Nome d‘Iddio, il Clemente, il Misericordioso Tutte le lodi appartengono a Dio, il Signore dell’Universo Le benedizioni di Dio siano sul Profeta Muhammad e la sua progenie L’Islam è una religione universale; la sua ...

(ABNA24.com) Introduzione بسم الله الرحمن الرحيم الحمد لله رب العالمين و الصلاة و السلام على محمد و آله الطاهرين Col Nome d‘Iddio, il Clemente, il Misericordioso Tutte le lodi appartengono a Dio, il Signore dell’Universo Le benedizioni di Dio siano sul Profeta Muhammad e la sua progenie L’Islam è una religione universale; la sua ...

presenza può esser notata in tutto il mondo attraverso le conversioni o la migrazione. A ogni modo, il più visibile simbolo della presenza dell’Islam in Occidente è l’hijab – il copricapo utilizzato dalle donne musulmane per coprire la propria testa. Nell’area metropolitana di Toronto voi potete vedere donne musulmane con l’hijab nelle scuole, nei college, nelle università, sul lavoro, nei viali e lungo le strade.

Essendo il più evidente simbolo della presenza dell’Islam, è anche il bersaglio più facile per molestare i musulmani. Ovunque un politico razzista, o i media, o un gruppo estremista attacca l’Islam, il primo vero obiettivo è l’hijab della donna musulmana. Anche alcuni cosiddetti esperti dell’Islam e del Medio Oriente assumono una attitudine accondiscende e cercano di insegnare ai musulmani che l’hijab non è un dovere religioso nell’Islam, sostenendo che si tratta per lo più di una questione culturale utilizzata dagli uomini musulmani per opprimere le donne. Anche alcuni giornalisti, politici e intellettuali musulmani non in pace con se stessi salgono su questo vagone per presentarsi come “progressisti” e “liberati”.

L’hijab è realmente una tradizione culturale dei persiani o dei turchi che venne adottata dagli arabi che lo introdussero nell’Islam? O per esso vi è un fondamento religioso nel Corano e nella tradizione del Profeta?

Il termine Hijab

Il termine “hijab—الحجاب” letteralmente indica una copertura, una tenda o una cortina. Non è il termine tecnico utilizzato nella giurisprudenza islamica per indicare il codice di abbigliamento femminile. Il termine utilizzato nella giurisprudenza islamica che denota la condotta di uomini e donne che non hanno relazioni familiari gli uni agli altri, e il loro codice di abbigliamento, è satr o satir—الستر، الساتر.

Negli ultimi due decenni, comunque, sia i musulmani in Occidente che i mass-media, hanno utilizzato il termine hijab per definire il copricapo e l’abito che copre interamente il corpo delle donne musulmane.

È con quest’ultimo significato – quello copricapo e di abito intero – che noi abbiamo utilizzato il termine hijab in questo articolo.

Capitolo 1

Studiando il Corano

Il Libro sacro dei Musulmani è il Corano; si tratta della rivelazione di Iddio Altissimo al Profeta Muhammad (pace su di lui e la sua progenie). I 114 capitoli del Corano sono stati rivelati in forma graduale in circa 22 anni; alcuni dei versetti sono stati rivelati a Mecca mentre altri sono stati rivelati a Medina. Per i musulmani, il Corano costituisce la prima e principale fonte delle leggi e valori islamici. Esso è considerato il messaggio finale di Dio all’umanità, e deve esser seguito in ogni tempo e in tutti i luoghi fino alla fine di questo mondo.

In quest’epoca sentiamo dire spesso che dobbiamo stare al passo coi tempi” – scrive il dott. S.H. Nasr, eminente studioso islamico che attualmente insegna l’Islam alla George Washington University in D.C. “Raramente ci si chiede cosa abbiano i ‘tempi’ con cui bisogna stare al passo. Per gli uomini che hanno perso la visione di una realtà che trascende il tempo, che sono completamente immersi nella maglia del nostro spazio-tempo e che sono stati affetti dallo storicismo prevalente nella moderna filosofia europea, è difficile immaginare la validità di una verità che non si conforma al loro immediato ambiente esterno.

L’Islam, a ogni modo, è basato sul principio che la verità trascende la storia e il tempo. La Legge Divina è una realtà trascendente oggettiva attraverso cui vengono giudicati l’uomo e le sue azioni, e non viceversa.

Ciò che si chiama ‘tempi’, oggigiorno, è, per certi versi, un insieme di problemi e difficoltà creati dall’ignoranza dell’uomo riguardo alla sua stessa natura e alla sua ostinata determinazione di ‘vivere di solo pane’. Il tentativo di piegare la Legge Divina ai ‘tempi’ non è altro che un suicidio spirituale, perché rimuove il criterio stesso attraverso cui il valore della vita e delle azioni dell’uomo possono essere obiettivamente giudicati, e quindi consegna l’uomo agli impulsi più infernali della sua natura più bassa. Per concludere, lo stesso modo di approcciare il problema della Legge islamica, e della religione in generale, che cerchi di renderli conformi ai ‘tempi’, porterà all’incomprensione dell’intera prospettiva e dello spirito stesso dell’Islam.” (1)

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Alcune sorelle musulmane hanno iniziato a incorporare l’ideologia femminista occidentale nello studio del Corano; esse credono che l’hijab e altre questioni connesse siano state interpretate principalmente da una prospettiva esclusivamente maschile. Alcune di esse giungono a dire che, poiché tutti i Profeti e Messaggeri erano uomini, anche le leggi sono parziali rispetto agli uomini.

Il problema di questo tipo di pensiero è che non vi è alcuna prova a suo supporto. È infondato accusare il Profeta (S), gli Imam dell’Ahlul Bayt (A) ed anche i giuristi – che sono considerati un’autorità solamente se sono giusti e integri nella condotta – di avere un pregiudizio maschile nell’interpretazione delle leggi divine. Dovremmo avere ora una interpretazione del Corano basata sul genere sessuale, dove gli uomini e le donne studieranno il Libro sacro differentemente? Il Corano chiaramente dice:

Non invidiate l’eccellenza che Iddio ha dato a qualcuno di voi: gli uomini avranno ciò che si saranno meritati e le donne avranno ciò che si saranno meritate. Chiedete a Dio, alla grazia Sua. Iddio in verità conosce ogni cosa.” (4:32)

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Queste musulmane “femministe” sono anche dell’opinione che una donna ha il diritto di interpretare il Corano in accordo alla sua personale comprensione, e che ha il diritto di scegliere come interpretare il proprio codice di abbigliamento. Nella loro discussione, il famoso versetto 2: 256 è portato come una prova: “Non vi è costrizione nella religione…”

Prima di tutto il versetto 2: 256 non concede al musulmano (o alla musulmana) la scelta di fare qualsiasi cosa voglia. Musulmano significa qualcuno che si sottomette ai comandi di Dio. Dire che una persona può essere un musulmano e continuare ad avere “la scelta in qualsiasi cosa” è un vero ossimoro. Secondo, queste persone convenientemente ignorano il contesto di questo versetto. Il versetto parla rispetto alla scelta della religione prima di entrare nell’Islam (sottomissione alla volontà di Dio). Questo significa che nessuno può essere obbligato a diventare un musulmano.

Non c’è costrizione nella religione. La retta via ben si distingue dall’errore. Chi dunque rifiuta l’idolo e crede in Dio, si aggrappa all’impugnatura più salda senza rischio di cedimenti. Iddio è audiente, sapiente.”

Il versetto parla chiaramente di rigettare Satana e credere in Dio. Questo non significa che un musulmano (o una musulmana) abbia la scelta in qualsiasi cosa voglia fare.

Una volta che una persona si è sottomessa a Dio, a essa non viene lasciata scelta nelle questioni già decise da Iddio e dal Suo Messaggero. Vediamo il seguente versetto che rende chiara la questione:

 “Quando Iddio e il Suo Inviato hanno decretato qualcosa, non è bene che il credente o la credente scelgano a modo loro. Chi disobbedisce a Iddio e al Suo Inviato palesemente si travia.” (33:36)

E quindi il Corano è per tutti: uomo e donna, giovane e anziano, bianco e nero, arabo e non-arabo, orientale e occidentale; ma deve essere studiato sui suoi stessi termini senza imporvi la simpatia o l’antipatia personale e senza mettergli la ‘camicia di forza’ in questo o quell’“ismo”.


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