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Imam Ali (as) e il governo dal punto di vista islamico (1a p.)

Imam Ali (as) e il governo dal punto di vista islamico (1a p.)

Le edizioni Irfan sono una giovane casa editrice molto attiva nella pubblicazione di testi della tradizione islamica, in particolare sciita, che hanno dato alle stampe, tra gli altri, ...

(ABNA24.com) Le edizioni Irfan sono una giovane casa editrice molto attiva nella pubblicazione di testi della tradizione islamica, in particolare sciita, che hanno dato alle stampe, tra gli altri, ...

un importante scritto (il più lungo giuntoci direttamente di suo pugno) dell’imâm ‘Alî Ibn Abî Tâlib, cugino, figlio adottivo e infine genero di Muhammad, il Profeta dell’Islam, nonché quarto califfo “ben guidato” (656-661) dopo la scomparsa del Profeta stesso.

Si tratta della Lettera a Mâlik al-Ashtar. Il governo dal punto di vista islamico, la quale rappresenta un documento unico nel suo genere; un compendio di aurei consigli forniti dal califfo a quello che era stato incaricato di governare l’Egitto e le sue province, sempre più riottose verso l’autorità centrale, spostatasi nel frattempo da Medina a Kufa, nel sud dell’Iraq (dove infatti ancor oggi gli sciiti, eredi spirituali dei “seguaci di ‘Alî”, sono la maggioranza).

 

Dal punto di vista contenutistico, la “lettera” sorprende un lettore aduso a considerare la “politica” un ambito separato da ciò che è inteso come “spirituale”. In realtà, la posizione corretta, l’atteggiamento equilibrato  nei confronti della “politica” è quello integrale, che non contempla compartimenti stagni né ‘doppie morali’ e né linee di condotta che non valgano sempre e comunque nella vita degli uomini.

A maggior ragione, quando è in questione in vivere in comune e la difficile “arte del governo” in mezzo ad un mondo di iene e di profittatori (non ci s’illuda che ai primordi della storia islamica fossero tutte persone “per bene”), un capo illuminato qual era il quarto califfo ‘Alî sentiva in cuor suo che non poteva inviare un suo incaricato in una delle più importanti regioni del Califfato senza rifornirlo di quanto è più prezioso per un governatore: una provvista di consigli da cui attingere per non perdere di vista il significato della sua missione (e non perdere anche se stesso a causa delle lusinghe del “potere”).

Per questo, il documento,  che qui troviamo in traduzione italiana col testo arabo a fronte (*), comincia col mettere in rapporto la “politica” e la taqwâ, il “timor di Dio”, in ogni singola decisione; la conoscenza della natura profonda dell’essere umano (fitra) col modo di trattare i sudditi; la misericordia (rahma) verso i governati stessi, quale che sia il loro prestigio sociale, e l’amore per l’uomo così com’è, coi suoi pregi e difetti.

Il califfo ‘Alî passa poi a consigliare Mâlik al-Ashtar di tenersi lontano dagli appetiti carnali, dalla superbia, dagli accessi d’ira, affinché mantenga sempre lucidità e distacco, evitando così di essere eccessivamente coinvolto nel “mondo” (dunyâ), il che non è mai un bene, tantomeno per chi ha incarichi di governo.

In effetti, abituati al deprimente livello delle classi politiche “democratiche”, si potrebbe restare esterrefatti di ciò, ma non bisogna dimenticarsi che un conto è una concezione organica del vivere, una visione del mondo nella quale tutto è interdipendente e gerarchicamente ordinato, un altro è il caos contemporaneo eretto a ‘norma’ a causa dell’applicazione dei dogmi invertiti del “laicismo”.

Tra le altre norme di condotta che il neo-governatore del granaio dell’Impero avrebbe dovuto osservare per ben amministrare e riscuotere perciò il gradimento dei suoi sudditi e l’apprezzamento del Califfo, ve ne sono alcune di stretta attualità: evitare di favorire la “gente importante”, per non diventarne ostaggio e perché sarà sempre la prima a voltare le spalle quando le converrà (ci sembra di ricordare la recente storia… d’Italia!); giudicare le controversie tra gli uomini sempre in base a ciò che è manifesto (zhâhir) e stendere un velo su quello che è intimo, privato (si pensi alla odierna metastasi delle “intercettazioni” che alimentano un pettegolezzo a non finire e addirittura innescano procedimenti giudiziari!); scegliere i collaboratori e, in special modo, i giudici tra gli uomini più virtuosi e saggi e, soprattutto, tra quelli che erano al servizio di un governante giusto (si evitino quindi gli avari e gli “attaccati al mondo”, consigliava il califfo, poiché il governante ha l’obbligo di “dare” incessantemente e di non “trattenere” nulla per sé, poiché egli deve solo “servire”). Collaboratori e giudici vanno comunque pagati “il giusto” per evitarne le occasioni di corruzione.

Particolarmente attuale è il consiglio di “dare a ciascuno il suo” (haqqu-hu, lett. “quanto gli spetta”), il che ci riporta ad una saggezza senza tempo qual è stata quella romana di cui è permeata, volenti o nolenti, anche questa “lettera”. Tutti sono infatti degni di rispetto, e l’opera di ciascuno va valutata con le più scrupolose attenzione e considerazione



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