ABNA24 : Il ricorso alla forza per ristabilire la supremazia militare non è un evento nuovo nella storia post-coloniale della ex Birmania, ma i cambiamenti avvenuti dopo la “normalizzazione”, inaugurata formalmente nel 2011, sono stati significativi e non è chiaro perciò, assieme alle ragioni più profonde del golpe, quali saranno i prossimi passi della probabile nuova giunta che dovrebbe assumere i pieni poteri nel paese del sud-est asiatico.
Aung San Suu Kyi è finita agli arresti assieme al presidente del Myanmar, Win Myint, a un numero imprecisato di membri di spicco del loro partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), di politici locali e attivisti democratici. Fin dall’alba di lunedì è stata segnalata la sospensione dei collegamenti a internet, mentre le linee telefoniche e le reti televisive bloccate ad eccezione di quelle controllate dai militari. I voli interni sono stati cancellati e chiuso l’aeroporto internazionale di Yangon, il più importante del paese.
I generali hanno dichiarato lo stato di emergenza per un anno, fino a quando cioè dovrebbero essere tenute nuove elezioni. Uno dei due vice-presidenti del Myanmar, l’ex generale Myint Swe, è stato nominato presidente ad interim, ma le leve del potere sono passate nelle mani del capo delle forze armate birmane, generale Min Aung Hlaing. Secondo l’annuncio diramato dalla TV dei militari, questi ultimi avrebbero preso l’iniziativa in base agli articoli 417 e 418 della Costituzione, ma essi prevedono che lo stato di emergenza e il trasferimento di tutti i poteri ai militari siano dichiarati dal presidente, cosa che quest’ultimo non ha fatto prima del suo arresto.
Il motivo ufficiale dell’intervento dei militari è da collegare ai brogli che avrebbero caratterizzato le elezioni legislative del novembre scorso, vinte largamente dalla LND di Aung San Suu Kyi. Gli alti ufficiali birmani e il partito a cui essi fanno riferimento (Partito dell’Unione per la Solidarietà e lo Sviluppo, USDP) avevano per settimane chiesto indagini sulle irregolarità a loro dire diffuse durante il voto e alla base di una prestazione elettorale disastrosa (33 seggi su 498). La commissione elettorale aveva però respinto i ricorsi dei militari e Aung San Suu Kyi si era a sua volta rifiutata di piegarsi alle pressioni per sciogliere la commissione stessa.
La situazione nel paese era apparsa estremamente tesa nei giorni precedenti il golpe, con l’apparizione in più di un’occasione di veicoli militari nelle strade di Yangon e della capitale, Naypyitaw. Lo stesso generale Aung Hlaing aveva minacciato che la Costituzione sarebbe stata revocata in caso di “violazioni della legge”. Domenica, al contrario, almeno un paio di dichiarazioni delle forze armate sembravano aver rassicurato sul rispetto delle “norme democratiche”, ma la decisione di intervenire era stata probabilmente già presa dopo un vertice senza risultati tenuto giovedì tra rappresentanti dei militari e del LND. Il colpo di stato si è alla fine materializzato a poche ore dall’apertura dei lavori del nuovo Parlamento.
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